BIOGRAFIA

Si dice che le coincidenze non esistano.

Siciliano di nascita, Lombardo di adozione, ho cominciato a studiare il cervello nel lontano 1995 all’Università di Pavia, città nella quale mi ero trasferito dopo una serie di strane coincidenze (anche se sappiamo bene… che le coincidenze non esistono!).

Presso il prestigioso Ateneo della ridente cittadina lombarda, mi ritrovai ben presto a portare avanti una serie di ricerche e di studi sui meccanismi di funzionamento del cervello: quelli che oggi chiameremmo più propriamente studi di Neuroscienze.

La scelta di un indirizzo così interessante fu in realtà del tutto casuale e sinceramente determinata più da un criterio di esclusione che non da un vero e genuino interesse per la materia né da una reale passione, che ai tempi non era ancora sbocciata, per lo studio dei meccanismi di funzionamento del cervello.

In altre parole, più che sapere quale futura professione volessi realmente svolgere da grande o verso quale indirizzo volessi orientarmi, a quei tempi mi era infatti molto molto più chiaro quello che volessi assolutamente evitare: ero certo e conscio del fatto che mai e poi mai avrei voluto passare le giornate a pipettare liquidi da una provetta ad uno spettrofotometro né a trasferire cellule batteriche da una capsula Petri ad un terreno di coltura di agar arricchito.

Qualsiasi altra alternativa sarebbe andata bene“, pensai, e così scartai quasi tutte le opzioni a disposizione e mi ritrovai a frequentare un Laboratorio propedeutico alla Tesi di Laurea che la maggior parte dei miei compagni di Università avevano prontamente evitato: negli anni ’90 andava di moda studiare il genoma umano e la Biologia Molecolare al C.N.R., non certo perdersi nelle speculazioni sul funzionamento del cervello. La mia scelta si rivelò la mia più grande Fortuna!

Nomen omen” (il nome è un presagio) diceva il celebre commediografo dell’Antica Roma Tito Maccio Plauto (250 a.C. – 184 a.C.) e se è dunque vero che il destino è scritto nel nome, allora sono certo di aver scelto la professione giusta: Tancredi deriva infatti dall’antico tedesco Tankred il cui significato è letteralmente “consigliere geniale“.

Al posto giusto, al momento giusto: un po’ di fortuna non guasta!

Nel Laboratorio così casualmente scelto, propedeutico al completamento dei cinque anni previsti dal Corso di Laurea, era in corso una prestigiosa e promettente collaborazione con l’Università di Ginevra, per portare avanti ricerche e studi sui meccanismi di funzionamento del cervello: ebbi l’opportunità di essere inserito nell’organico di uno di quei progetti, accedendo così ad una corposa quanto ampia ed interessantissima bibliografia e ad un impegnativo, complesso e stimolante lavoro di ricerca e di sviluppo di “modelli di studio sui meccanismi di funzionamento del cervello“, con particolare riferimento alle modalità di apprendimento, di costruzione di reti concettuali e di rappresentazioni mentali della realtà, di organizzazione e gestione delle memorie a breve e a lungo termine e di organizzazione e rimodellamento del sistema cognitivo.

Ai tempi ero soltanto uno studente di belle speranze e di non troppe velleità ma l’entusiasmo e la curiosità mi consentirono di intraprendere un iter studiorum ampio, complesso e articolato, forgiandomi al contempo una mente da attento e paziente ricercatore che mi permise, 20 anni dopo, di sviluppare una mia teoria controcorrente e innovativa sul funzionamento del cervello, in grado di proporre chiavi di lettura completamente nuove, diverse e spesso in antitesi con quelle già accreditate tanto da auspicare e disegnare un cambio di paradigma scientifico sull’interpretazione della genesi delle emozioni e dei comportamenti disfunzionali (da cui poi si generano, come già individuato dalla PNEI, tutte le patologie psicosomatiche).

Come vedremo più avanti, alla base della mia Teoria vi è l’idea che una piccola ma potentissima area del nostro encefalo, grande appena pochi millimetri, sembrava essere in grado di ipnotizzare, condizionare, offuscare e influenzare completamente tutto il resto del nostro cervello producendo, come inevitabile conseguenza, quasi tutti i problemi legati all’emotività e ai comportamenti: dall’ansia alla paura, dalla disistima all’insicurezza, dagli attacchi di panico ai pensieri ossessivi, ai comportamenti violenti, alle dipendenze destabilizzanti, ai problemi relazionali, alla tristezza, alla depressione, fino addirittura alle malattie psicosomatiche, derivate dal riverbero sul corpo di tutto questo eccesso di emozioni e sensazioni.

Ma andiamo con ordine: il percorso all’interno dell’Università di Pavia mi diede grandi soddisfazioni e mi fece raggiungere traguardi inattesi: nel Gennaio 1999, il Consiglio del Corso di Laurea in Scienze Biologiche, ottenuta la delibera da parte del Consiglio di Facoltà e dopo approvazione del Senato accademico, propose l’attivazione di un contratto di insegnamento per due cattedre presso il suddetto Ateneo; partecipai alla selezione pubblica nazionale ed arrivai primo così che il Senato accademico mi nominò Professore a Contratto presso l’Università di Pavia: avevo appena 27 anni e ancora poche idee chiare in testa!

La difficoltà di accettare schemi precostituiti e la voglia di libertà (le mie più peculiari e vincenti eredità genitoriali). 

La collaborazione con il Dipartimento di Biologia dell’Università di Pavia non durò molto: Libertas, quae non in eo est ut iusto utamur domino, sed ut nullo – La libertà, che non consiste nell’avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno (Marco Tullio Cicerone).

Furono senza dubbio anni di piacevolissime e gratificanti soddisfazioni e cercai di utilizzare tutti i vantaggi che il ruolo di Professore universitario mi metteva a disposizione, soprattutto nell’ambito delle relazioni, non lo nego, ma la mia natura ribelle e sovversiva mi impedì presto di continuare a sottomettermi alle logiche baronali e di sistema per cui appena due anni dopo aver ricevuto una nomina così prestigiosa, decisi di abbandonare l’incarico e di trasferirmi a Milano, dove nel frattempo avevo già intrapreso altre collaborazioni.

L’ossessione per la ricerca dei perché. 

L’input per tornare ad approfondire lo studio del cervello mi venne, inaspettatamente, dal mio lavoro come nutrizionista.

Era il 2001, avevo da poco cominciato a lavorare a Milano e mi capitava di osservare persone che, pur sapendo perfettamente cosa avrebbero dovuto fare per raggiungere un determinato obiettivo, incontravano grandi difficoltà nel mettere in pratica ciò che avevano deciso.

Questo apparente paradosso mi incuriosiva enormemente: com’è possibile sapere razionalmente quale comportamento sarebbe utile per noi e, contemporaneamente, sentirci spinti a fare qualcosa di completamente diverso?

Cominciai così a chiedermi quale ruolo potessero avere, oltre agli aspetti biologici e metabolici, le emozioni, gli apprendimenti, le memorie e gli automatismi nel condizionare il comportamento.

Quelle osservazioni riaccesero in me l’interesse per i meccanismi di apprendimento che avevo studiato negli anni universitari e mi spinsero ad approfondire sempre di più il funzionamento del sistema limbico, del mesencefalo e dei circuiti coinvolti nella motivazione e nel comportamento.

Nelle mie prime ipotesi rivolsi particolare attenzione ai circuiti dopaminergici e cominciai a costruire una mia personale interpretazione di alcuni dei meccanismi che potevano precedere determinate scelte e comportamenti automatici.

Dalla difficoltà di accontentarmi al desiderio di trovare nuove risposte.

Aut viam inveniam aut faciam – O troverò una strada o la farò (Annibale, condottiero cartaginese, uno dei più grandi generali dell’antichità).

Le spiegazioni che riuscivo a trovare nella letteratura che consultavo non rispondevano in modo soddisfacente a molte delle domande che continuavo a pormi. Più studiavo, più aumentavano i miei “perché”.

Decisi quindi di non accontentarmi delle risposte che avevo a disposizione e di continuare a cercarne di nuove, seguendo una strada di studio indipendente e provando a costruire ipotesi che potessero spiegare meglio alcuni dei fenomeni che osservavo.

Alea iacta est! – Il dado è tratto (Località: fiume Rubicone, frase di Giulio Cesare, notte del 10 gennaio del 49 a.C).

Anche la mia decisione era presa: stavolta la località era Milano, era una notte del mese di Marzo del 2005 e non avevo con me nessun esercito quando anch’io, senza pretese di paragoni, presi la decisione di farmi venire un febbrone per la varicella (probabilmente per lo stress) e di prendere ufficialmente le distanze dalle teorie ufficiali sul funzionamento del cervello e sulle modalità per interagire con esso.

La decisione era presa ed era coraggiosamente azzardata: avrei compiuto da solo e senza alcuna sovvenzione o sponsor le mie ricerche sul misterioso funzionamento del cervello, e sui meccanismi che potevano contribuire alla produzione delle emozioni e all’orientamento dei comportamenti.

Mi interessava soprattutto comprendere un apparente paradosso che continuavo a osservare: perché il cervello può spingerci verso pensieri, emozioni o comportamenti che razionalmente non vorremmo avere?

Cominciai così a sperimentare e a riesaminare le mie intuizioni analizzando tutte le persone con cui entravo in contatto, nel tentativo di trovare il modo di leggere nella loro mente i ragionamenti nascosti dietro ogni frase, azione, emozione o comportamento, cercando di trovare nei loro atteggiamenti e nelle loro affermazioni i residui delle memorie registrate nelle aree nascoste del loro sistema limbico, verificando le mie teorie e le mie idee tutte le volte che ne avessi la possibilità, con tutte le persone che conoscevo, indistintamente, indiscriminatamente e, aggiungerei, ossessivamente nonché, a volte, nascostamente: stavo costruendo una mia ipotesi sulle relazioni tra memorie, sistemi neuronali, processi automatici e comportamento.

La decisione era presa e nulla o nessuno mi avrebbe potuto fermare: volevo comprendere cosa si nascondesse dietro ogni manifestazione psichica osservata,  mia o di chiunque altro.

Nel corso dei miei studi ho maturato la convinzione che alcuni di questi meccanismi neuronali meritassero di essere approfonditi molto più di quanto, a mio avviso, fosse stato fatto fino a quel momento: volevo leggere nella mente delle persone! Pensai perfino di iscrivermi ad un corso di ipnosi e ad una scuola di kinesiologia applicata.

Nascita di un amore.

Il mio lavoro di ricerca indipendente non conosceva orari né festività, non contemplava pause né vacanze e mi spingeva a rubare ore al sonno, alle relazioni, alle attività amene, ricreative, ludiche, sportive e a qualsiasi altro impegno che non fosse inerente e strettamente correlato con il mio ostinato, compulsivo reboante desiderio di conoscere TUTTO sul cervello: la mia lucida follia amorosa con la Conoscenza dei circuiti neuronali che mi avevano così tanto affascinato durò così 8 anni esatti; non fu mai, in realtà, uno studio matto e disperatissimo di leopardiana memoria perché mi sentivo davvero letteralmente felice e coinvolto da ciò che facevo; fu piuttosto un amore travolgente per la Scienza, per la Ricerca, per la Verità che stavo cercando.

Più studiavo e osservavo, più prendeva forma nella mia mente un’ipotesi: alcuni circuiti e sistemi cerebrali potevano utilizzare memorie e apprendimenti precedenti per orientare automaticamente emozioni, pensieri e comportamenti, anche quando la nostra parte razionale avrebbe voluto reagire in modo completamente diverso.

Era ancora un’ipotesi personale, destinata a essere rivista e sviluppata molte volte negli anni successivi, ma rappresentò il nucleo dal quale avrebbe cominciato a prendere forma il modello che elaboro ancora oggi.

“Una piccola ma potentissima e fondamentale area del nostro encefalo, grande più o meno come una castagna, era in grado di ipnotizzare, condizionare, offuscare e influenzare completamente tutto il resto del cervello producendo, come inevitabile conseguenza, quasi tutti i problemi legati all’emotività e ai comportamenti: dall’ansia alla paura, dalla disistima all’insicurezza, dagli attacchi di panico ai pensieri ossessivi, ai comportamenti violenti, alle dipendenze destabilizzanti, alla tristezza, alla depressione, fino alle malattie psicosomatiche derivate dal riverbero sul corpo di tutto questo eccesso di emozioni”.

La conclusione del viaggio e le voci della consapevolezza.

Era il marzo del 2013 quando decisi finalmente che quella fase del percorso poteva considerarsi conclusa. Negli otto anni precedenti avevo ascoltato e osservato più di mille persone, messo continuamente alla prova le mie ipotesi, rivisto le mie idee, cercato conferme ma anche possibili contraddizioni a ciò che stavo elaborando.

Dopo anni di studio, osservazioni, intuizioni, dubbi e continui “perché”, avevo finalmente la sensazione di essere arrivato a costruire una chiave di lettura che riusciva a dare un senso a molti dei fenomeni che avevo cercato così ostinatamente di comprendere.

E finalmente ero al cospetto dolce e severo dell’amante che avevo inseguito per tanto tempo e che mi aveva tenuto legato a sé generandomi una dipendenza assoluta: Lei, la Conoscenza.

La mia sfuggente amante cominciava finalmente a mostrarsi. Mi sembrava quasi di percepirne la voce. Conoscevo quella sensazione: è quella che arriva dopo essersi chiesti per anni il perché di qualcosa, dopo averci pensato e ripensato, dopo essersi arrovellati il cervello e avere finalmente l’impressione che i pezzi comincino a trovare il loro posto.

Quella sensazione liberatoria ed euforica che ti attraversa quando pensi di avere finalmente afferrato un’idea, quando intravedi una possibile spiegazione e dentro di te cominci a gridare:

“Ho capito! Ci sono! Pazzesco! Incredibile! Ecco com’è! Ecco perché! Ecco… la via!”

Archimede a Siracusa disse semplicemente “Eureka!”, ma il Nostro evidentemente era un uomo di poche parole e di ben più elevate capacità intellettive. Io, più umano, più emotivo e assolutamente imparagonabile, esultai dentro di me in modo decisamente più rumoroso.

Devo essere sincero: provavo anche un certo timore. Alcune delle ipotesi che avevo maturato mi portavano infatti a mettere in discussione idee e spiegazioni che avevo studiato e considerato valide per molti anni.

Più studiavo, più maturava in me la convinzione che alcuni di quei meccanismi fossero stati esplorati solo in parte e che valesse la pena provare a guardarli da una prospettiva diversa.

Non pensavo di avere trovato “la verità” sul funzionamento del cervello, ma sentivo di avere costruito una mia interpretazione che, alla luce di ciò che avevo osservato, mi sembrava sufficientemente coerente da meritare di essere approfondita, sviluppata e condivisa.

La riflessione che ne seguì fu insieme inquietante e liberatoria. Ormai sentivo che non avrebbe avuto senso rinunciare a esporre ciò che avevo elaborato soltanto perché poteva apparire insolito o controcorrente.

“Quale scelta?!”, pensai. “Non posso far finta di non essere arrivato a queste conclusioni!”

Dovevo andare avanti, continuare a studiare, mettere alla prova le mie ipotesi e accettare anche quello che altri studiosi, partendo da prospettive differenti, avrebbero potuto pensare delle mie idee:

“Fermiamo questo pericolo pubblico che afferma catastrofiche sciocchezze!”

Pensavo che qualcuno avrebbe potuto considerarmi folle, visionario o semplicemente in errore. E, a dire il vero, non avrei neppure potuto biasimarlo: probabilmente, se fossi stato al suo posto e qualcuno mi avesse presentato ipotesi così diverse da quelle che avevo studiato e conosciuto fino a quel momento, avrei pensato esattamente la stessa cosa.

Questo pensiero, paradossalmente, mi tranquillizzava. Non avevo bisogno che le mie idee venissero accettate a priori: potevo semplicemente continuare a studiarle, metterle alla prova e presentarle per ciò che erano, lasciando agli altri la libertà di valutarle.

Essere diverso: difetto esecrabile o capacità di differenziarsi dagli altri?

E coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica. (Friedrich Wilhelm Nietzsche).

Mi tranquillizzai: non potevo ignorare ciò che ormai avevo studiato, osservato ed elaborato, né potevo comandare al mio cervello di dimenticarlo. Quello che oggi affermo nelle mie teorie, ancor oggi può apparire assurdo (dal lat. absurdus, der. di surdus «sordo», propr. «stonato, fuori dal coro») e quindi dissonante rispetto alle interpretazioni più diffuse: ma anche quella notte potei dormire sereno. La varicella era passata da molti anni e non avevo altre paure né, di certo, il timore di dire la mia verità.

Alis Volat Propriis – Si vola con le proprie ali.

Ammiro chi si espone e chi rischia di andare contro corrente, chi prova ad essere se stesso e chi prova a cantare fuori dal coro, chi fa qualcosa di diverso, di speciale e ancor di più chi è in grado di proporre nuove teorie anche sapendo che potrebbero essere criticate o rivelarsi sbagliate.

Compatisco chi si conforma per la paura del giudizio, chi si reprime per compiacere il gruppo, chi preferisce ripetere ciò che hanno detto o fatto altri, prima di lui, per evitare di essere travolto dal fiume in piena di eventuali giudizi e opinioni dissacranti: una posizione di certo più comoda, quest’ultima, al riparo dal rischio delle critiche, ovviamente, ma incapace di produrre innovazione e progresso scientifico.

Ricordo che quando andavo a scuola, copiare dagli altri era un comportamento per me inaccettabile: pensavo che avrei saputo sbagliare da me, senza bisogno di copiare gli errori altrui!

E così anche in questo caso, non affermare le mie idee e copiare quelle già prodotte da altri rappresentava per me una strada assolutamente non percorribile a meno di dovermi sentire per sempre un mediocre ripetitore del pensiero altrui, tanto più che le idee a cui avrei dovuto uniformarmi, già accettate, accreditate e ampiamente diffuse all’interno della comunità scientifica, mi apparivano molto poco convincenti!

Odi et amo. 

Cotidie damnatur qui semper timet – L’uomo che vive nella paura è condannato ogni giorno.

Non più intimorito dalla possibilità di essere ridicolizzato e osteggiato, decisi di intraprendere la mia strada: l’avrei pensata diversamente da tutti, conscio che per questa mia posizione non ci sarebbero stati mezzi termini: mi avrebbero amato e considerato geniale o criticato e giudicato aspramente, tertium non datur (non ci sarebbe stata via di mezzo), ne ero consapevole… e decisi di andare avanti.
Sapevo che alcune delle mie idee avrebbero potuto suscitare interesse e altre diffidenza, consenso oppure disaccordo. Era inevitabile e, in fondo, era anche giusto che fosse così.

Contrariamente a quanto pensassi e oltre ogni più rosea aspettativa, dal giorno in cui decisi di mettere a frutto le mie conoscenze nei percorsi formativi di tantissime persone, nel mio studio di Milano, trascorsero altri sette anni di lavoro: sette anni fatti di centinaia di abbracci, di migliaia di sorrisi, di tantissimi e corroboranti ringraziamenti ricevuti, linfa vitale per continuare ad andare avanti e condividere il mio pensiero con dedizione e passione.

Anni fatti di infinite attestazioni di stima, fondamentali per ritrovare ogni giorno la forza e l’entusiasmo necessari per entrare, con rispetto e partecipazione, nelle storie e nelle emozioni di chi mi chiedeva aiuto; anni fatti di lacrime, anche mie, di fatica fisica, di sudore, di soddisfazioni e, naturalmente, anche di qualche critica e di qualche opinione diversa dalla mia.

Ma, al di là delle inevitabili differenze di giudizio, ciò che più mi ha accompagnato in quegli anni è stato l’affetto ricevuto da tantissime persone e la loro gratitudine per ciò che avevano appreso e sperimentato durante il percorso.

Sette anni dedicati a seguire ciò in cui credevo, sette anni passati a divulgare una conoscenza che potesse aiutare le persone a comprendere meglio ciò che le faceva soffrire, sette anni impiegati a insegnare strumenti per affrontare con maggiore consapevolezza emozioni, pensieri e automatismi, sette anni alla ricerca della perfezione, nello sforzo costante di migliorare e offrire il massimo possibile.

Sette anni meravigliosi, ampiamente ripagati da ciò che mi ha nutrito affettivamente ed emotivamente: sette anni di sorrisi, di riconoscenza e di migliaia di abbracci.

Dalla Teoria dell’Autosabotaggio Inconscio al Modello Militano

Le ipotesi che avevo elaborato in quegli anni confluirono inizialmente in quella che chiamai Teoria dell’Autosabotaggio Inconscio.

L’idea di partenza era semplice e, per certi versi, provocatoria: come mai il cervello può produrre emozioni, pensieri e spinte comportamentali che sembrano andare contro ciò che consapevolmente desideriamo?

Cominciai a ipotizzare che una parte della risposta potesse trovarsi nelle informazioni e nelle associazioni costruite durante i primi anni di vita. Il cervello del bambino, attraverso le esperienze che vive, non registra soltanto ricordi: costruisce anche apprendimenti, associazioni e vere e proprie istruzioni operative che possono continuare a essere utilizzate automaticamente molti anni dopo.

Alcune di queste istruzioni possono orientare il comportamento verso modalità che, nel mio modello, ho successivamente ricondotto anche a due grandi direzioni: sottomissione/sofferenza e dominanza.

Nel primo caso possono comparire modalità come l’accondiscendenza, l’indebolimento, l’eccessiva disponibilità o la dipendenza affettiva; nel secondo, per esempio, il bisogno di controllo, il perfezionismo, l’ipervigilanza o la necessità di prevalere.

Questo non significa, come inizialmente tendevo provocatoriamente a rappresentare, che esista una parte “cattiva” del cervello che desidera farci soffrire. Il cervello non agisce contro di noi: utilizza le informazioni che possiede e mette in atto processi che, sulla base degli apprendimenti acquisiti, hanno per lui una loro logica.

Il problema nasce quando quelle informazioni, costruite magari molti anni prima e in condizioni completamente differenti, continuano a essere utilizzate nel presente e contribuiscono alla produzione automatica di emozioni, sensazioni, pensieri, pulsioni o comportamenti che possono diventare fonte di sofferenza.

Negli anni successivi questa prima teoria si è progressivamente ampliata. Lo studio delle memorie si è integrato con quello dei diversi sistemi che partecipano al funzionamento del cervello, dei processi attraverso cui vengono interpretati gli eventi e delle sequenze che precedono ciò che il cervello ci propone.

È nato così, attraverso successive revisioni ed elaborazioni, quello che oggi definisco Modello Militano.

Uno dei suoi principi fondamentali può essere riassunto in poche parole:

Il cervello propone, la coscienza decide.

Non scegliamo necessariamente la comparsa di una paura, di un pensiero, di una sensazione o di una pulsione. Possiamo però imparare a comprendere perché il cervello li sta producendo, quali processi sta utilizzando e quali informazioni possono continuare ad alimentarli.

Ed è proprio da questa conoscenza che nasce la possibilità di gestire in modo diverso gli automatismi nel presente e, attraverso nuovi apprendimenti ed esperienze, cercare di modificare le informazioni che continuano a sostenerli.

“Immagina una parte del tuo cervello che continua a proporti paure, pensieri e comportamenti che ti fanno stare male, anche quando razionalmente sai che non vorresti seguirli. Può sembrare quasi che lavori contro di te. In realtà utilizza apprendimenti e informazioni costruiti nel passato. Comprenderne il funzionamento è il primo passo per smettere di esserne governati.”

 

In quegli anni attribuivo un ruolo particolarmente importante ad alcuni circuiti neuronali coinvolti nelle risposte emotive e motivazionali. Con il proseguire degli studi, questa prima interpretazione si è progressivamente ampliata: oggi considero la produzione di emozioni, pensieri e comportamenti come il risultato dell’interazione tra diversi sistemi cerebrali, processi e informazioni presenti nelle memorie.

Paura, tristezza, rabbia e altre emozioni fanno naturalmente parte del nostro patrimonio biologico e possono avere funzioni importanti. Il problema può nascere quando il cervello continua a produrle con intensità, frequenza o durata eccessive rispetto alla situazione presente, utilizzando informazioni, associazioni e istruzioni apprese in condizioni molto diverse da quelle attuali.

Secondo il modello che ho elaborato, alcune forme di sofferenza possono quindi essere alimentate non dall’esistenza stessa delle emozioni, ma dagli automatismi e dalle informazioni che il cervello continua a utilizzare per produrle anche quando quelle risposte non risultano più adeguate alla realtà presente.

Dalla comprensione razionale ai nuovi apprendimenti

Una volta maturata l’ipotesi che alcune informazioni e associazioni presenti nelle memorie potessero continuare ad alimentare determinati automatismi, mi posi una nuova domanda: come si possono modificare apprendimenti così profondamente radicati?

Molto del tempo che dedicai allo studio del cervello fu rivolto proprio a questo problema. Mi interessava comprendere perché, in alcune situazioni, sapere razionalmente che una paura, un pensiero o un comportamento non sono utili non sia sufficiente a impedire che il cervello continui a proporli.

Nel corso delle mie osservazioni maturai progressivamente la convinzione che la comprensione razionale fosse importante, ma che non sempre bastasse da sola a modificare alcuni automatismi. Il cervello, infatti, non apprende soltanto attraverso le parole e il ragionamento: costruisce associazioni anche attraverso ciò che facciamo, ciò che sperimentiamo e le conseguenze che quelle esperienze producono.

Cominciai così a concentrare la mia attenzione su due elementi che sarebbero diventati centrali nel modello che stavo elaborando: l’acquisizione di nuove informazioni e la possibilità di vivere esperienze differenti da quelle che avevano contribuito alla costruzione degli apprendimenti precedenti.

Da qui nacque l’utilizzo di azioni, simulazioni, esercitazioni e giochi di ruolo. Non perché il linguaggio verbale fosse inutile, ma perché volevo capire se, accanto alla comprensione razionale, esperienze concrete potessero fornire al cervello informazioni nuove e favorire la costruzione di associazioni differenti.

La mia ipotesi diventò quindi progressivamente più articolata: non si trattava di “annullare” un circuito neuronale o di cancellare semplicemente una memoria, ma di fornire al cervello nuovi elementi attraverso i quali costruire apprendimenti e modalità di risposta differenti.

È un principio che ancora oggi considero centrale nel mio modello: comprendere ciò che il cervello sta facendo, imparare a gestire gli automatismi nel momento in cui si presentano e, attraverso nuove informazioni ed esperienze, cercare di modificare gli apprendimenti che continuano ad alimentarli.

Il cambiamento, quando avviene, non consiste quindi nel combattere contro una parte del cervello. Il cervello utilizza ciò che ha appreso. Se acquisisce informazioni ed esperienze nuove, può progressivamente disporre anche di modalità differenti con cui interpretare e affrontare ciò che accade.

Non ho ancora figli, ma se ne avessi, una delle conoscenze che vorrei trasmettere loro sarebbe proprio questa: il cervello può proporci automaticamente paure, pensieri, emozioni o comportamenti sulla base di ciò che ha imparato, ma possiamo imparare a comprenderne i meccanismi, a gestire ciò che ci propone e a costruire nel tempo nuovi apprendimenti.